Giulia Efisi “Ritratti”

«I miei ritratti racchiudono il senso di un “cammino insieme”, perché in essi ci sono più persone che dialogano e procedono tenendosi idealmente per mano (…)». Giulia Efisi, fotografa toscana che ha al suo attivo numerose collaborazioni ed esposizioni nazionali e internazionali, spiega così la sua idea di ritratto. E lo fa alla vigilia della sua mostra romana Ritratti / Portraits che sarà inaugurata sabato 16 gennaio e sarà visitabile fino al 16 febbraio.

“Come ogni esploratore animato da autentica curiosità e passione per la scoperta, anche Giulia Efisi non ama mettere limiti al proprio campo di osservazione. Nel suo percorso artistico si rivolge dapprima a ciò che è per lei più familiare, ossia il proprio corpo, lo spazio in cui vive. Quasi a voler testare, dapprima nel proprio “laboratorio privato”, quel tentativo di azzerare le consapevolezze raggiunte fino a quel momento per poi rivolgersi all’esterno, dove mettersi alla prova in un terreno più insidioso ma certamente assai stimolante. La scelta dell’artista di intraprendere la sua avventura fotografica a partire da se stessa, dai suoi nudi autoritratti, non è dettata solo dal senso di libertà procurato dall’osservarsi riflessa in un occhio tecnologico che non giudica né interpreta. In quegli autoritratti il suo corpo diventa una sorta di scatola trasparente che rivela senza timori il suo contenuto: la curiosità, le passioni, il coraggio ma anche le fragilità, le incertezze, le sensazioni cangianti, ora lievi ora profonde, che sono alla base del suo vivere e del suo sentire, prima ancora del suo fare artistico. I contorni imprecisi, mutevoli del corpo di Giulia e – in seguito, anche dei volti e delle anatomie dei personaggi che ritrae – sono, dunque, una metafora della sua ricerca.

L’esplorazione della Efisi non giunge – né ambisce a farlo – a una mèta. Non mira a dare un nome alle cose, ai fenomeni. Neppure quando si rivolge al paesaggio, a tutto ciò che ha una presenza immanente nel mondo. Uomini e oggetti custodiscono una storia e un’intima vitalità che preesistono alle forme, ai ruoli sociali, all’imperativo esistenziale del qui e ora. Giulia fa un lavoro “per sottrazione” su ciò che osserva, distillandone gli aspetti che più la affascinano per trattenerli, oltre che dentro di sé, anche negli inevitabili confini del fotogramma. In tal modo non stravolge i significati universali ma ne cerca il senso ultimo, ne coglie le trasformazioni spesso impercettibili allo sguardo. Come nei paesaggi abbaglianti di Piano stenditore, aree oggi spopolate dove un tempo i pescatori siciliani mettevano ad asciugare le reti prima di avventurarsi in mare. O le fugaci lame di luce che squarciano l’oscurità della serie Pélekis, allegoria del ciclo esistenziale condensato in una sorta di time lapse naturale. Altrettanto rapidamente trascorre il tempo dell’infanzia di cui resta solo la visione di un sorriso scomposto e di poche pieghe di un corpo in piena metamorfosi. La precarietà della memoria è un altro tema caro all’artista. Giulia non accumula i ricordi né li sottrae al vissuto per il timore di deteriorarli. Per lei sono materiale vivo, dinamico, che seleziona in modo estremo, scompone, riduce ai minimi termini, per conservarne solo l’essenza. E lo fa sovraesponendo oppure immergendo nell’oscurità luoghi, contesti, volti di persone cercate o incontrate per caso di cui trattiene solo ciò che ha sollecitato le sue emozioni o è stato insegnamento di vita. Tutto questo si traduce in contrasti audaci, nell’annullamento del superfluo, soprattutto nei ritratti realizzati in chiave alta, in cui espressioni cercate e teatrali si alternano ad altre più intime, fugaci. In tal modo, alcuni soggetti appaiono spogliati della loro immagine pubblica, altri sembrano rimossi dalla loro quotidianità per risplendere di una luce nuova. In un atto estetico e, al contempo, profondamente intimo.”

Testo di EMANUELA COSTANTINI

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