Stefano Cipollari

Stefano Cipollari, come un odore che non si dimentica.Quattordici ritratti maschili e uno femminile portano il conto della prima mostra personale di Stefano Cipollari, scenografo televisivo e pittore con una predilezione per il ritratto, appunto. Dal fondo neutro, mantecato con pennellate grosse e imprecise che sfociano nel non finito, emergono volti, accenni di corpi, feticci. Sono le facce soprattutto di ragazzi, di giovani uomini a fare capolino. Uno è rasato, con occhi azzurri di languore e una traccia di sangue che gli cola dal naso. Il più intenso è il profilo di un giovane barbuto, gli occhi chiusi; la luce morbida indora le sue spalle e le pieghe della nuca e lascia il viso in penombra. In un altro ritratto la luce è solo un taglio che incastona un occhio e una porzione di viso, forse il ricordo di una mattina di sole. Un altro ragazzo si copre invece gli occhi e la fronte con il braccio e senza occhi anche la pittura sfuma e si nebulizza. La ricerca dell’imprecisione, di una bellezza sbavata o stropicciata che sembra affascinare od ossessionare Stefano Cipollari, si ritrova ancora nel cerotto che avvolge il naso di un altro effigiato dagli occhi chiari.
Poi un paio di calzini, forse appena tolti, distrattamente posati da qualche parte, forse dimenticati e dipinti così, come a evocare la figura retorica che vuole nominare qualcosa, in questo caso qualcuno, soffermandosi solo su una porzione, su un particolare. Che può essere insignificante, anonimo, ma mai privo di erotismo, come altrove è un paio di piedi nudi poggiati su un pavimento che solo l’eco di un fregio sulla piastrella distingue da milioni di altri pavimenti, o forse no. Come un tatuaggio su uno dei tanti corpi dell’amore usa e getta di una comunità di sconosciuti che ritrovano nel prossimo abbraccio ancora qualcosa dell’amplesso precedente.
I piercing e la collanina, l’occhio socchiuso e due braccia tese come in una domanda. Un dito malizioso che punta verso le labbra, un seno che sporge sotto l’arco dell’ascella. La barba disegnata o incolta, un collo di maglietta o il bavero di un giubbotto appena accennati. È un mondo
che elenca particolari, quello di Stefano Cipollari, e lo fa distrattamente, quasi per gioco. Colleziona innamoramenti e prova a incantarli sulla tela col pennello con un’adesione incondizionata e semplice al momento in cui una scintilla si accende, un muscolo guizza, una tensione si rilassa. In tutti questi ritratti intimi e quotidiani aleggia una suggestione guitta, un altrove mai espresso, una memoria remota o recente, la tensione propria della pausa momentanea o del silenzio prolungato che scava grotte e cavità in una conversazione che mai davvero si interrompe. La pittura di Stefano Cipollari è un modo di prendere la parola in questa conversazione e forse potrà prendere maggiore corpo precisando più chiaramente le regole del suo enunciato, abbracciando quella sensazione di aver già visto tutto in un altro quadro, nitidamente, la vertigine di avere già baciato labbra simili o di avere già spiato nella stessa stanza. Una sensazione che si appanna e sfuma e diventa un’apparenza d’altro. Lontano dalla realtà e lontano dall’imitazione, come un odore corporeo che non si conosce e non si dimentica.

Francesco Paolo Del Re
Roma, 13 gennaio 2017